La cultura di oggi istilla idee strane e vaghe sull’esistenza di Dio. Ne nascono alibi e incertezze al momento delle scelte. Ricordiamo che nella misura in cui il senso della vita arride, nel successo, si è sempre sicuri di aver ragione. Un giovane bene avviato può essere impermeabile al problema di Dio. Ciò che rende inevitabile il tema di Dio è la sofferenza, e non certo per concludere che «Dio non esiste altrimenti non si spiega perché fa soffrire i bambini». Proprio perché bambini e adulti conoscono spesso grandi sofferenze, non basta che qualche intellettuale dica che Dio non esiste. La vita deve avere senso in tutte le circostanze, altrimenti per molti la terra diventa un inferno. Quando si vedono i miracoli dell’amore in tanti sofferenti, si può intuire che un amore infinito offre senso infinito. Nessuna ideologia o pensiero consolatorio ha mai coniugato suffcientemente i due poli principali della vita: amore e dolore. Solo capendo come tutti ci muoviamo in una appartenenza primaria capace di innumerevoli sacrifici si potrà intuire che tali sacrifici si fanno all’interno dell’appartenenza, per mantenere il consenso identitario, ma che ci sono del tutto insopportabili se non ottengono consenso. E allora si apre la strada alla fede nell’amore in Cristo, che ci unisce al di sopra della nostra appartenenza socio-religiosa, in un amore di Pentecoste che regge ad ogni scomunica, come contempliamo in Gesù sulla croce, somma insuperabile di ogni rifiuto di amore da parte della propria appartenenza.

è stato scritto:

Quali motivazioni vengono addotte, in linea di principio, per la negazione ateistica di Dio? Si respinge Dio come colui che limita l’uomo e non si vede che è per il rapporto con il Trascendente che l’uomo ha in sé qualcosa di infinito; si respinge Dio come colui che sottomette l’uomo e non si vede che proprio il rapporto con Dio libera l’uomo dalla servitù agli idoli vuoti; si respinge Dio imputando a lui la causa del male e del dolore nel mondo e non si vede che è proprio così che l’uomo si consegna alla disperazione del nulla e dell’insensato. E ancora: per alcuni Dio si presenta nella figura dell’estraneità e dell’alterità, dell’ignoto, e, pretendendo di pervenire alla sua identità solo con gli strumenti della ragione, non si vede che è nell’affermazione della trascendenza che l’uomo trova la sua verità più autentica. Se Dio fosse veramente dispotico, lontano ed estraneo all’uomo, usurpatore della libertà delle sue creature, forse i cristiani crederebbero in Lui?

La tentazione più grande è quella di costruire delle maschere di Dio: un’immagine distorta, parziale, idolatrica del vero Dio. Ricordiamo come Adamo ed Eva non avessero alcun motivo per credere alla tentazione del «serpente», eppure si lasciarono convincere che Dio Padre fosse un despota rivale dell’uomo. Il pericolo di ridurre Dio a un idolo, prodotto delle nostre interpretazioni e dei nostri schemi mentali, è una tentazione anche per i credenti. Ricordiamo la reazione di Pietro all’annuncio della passione e morte di Cristo (Mc 8,31-33). Pietro si ribella: Gesù rappresenta Dio e – pensa – Dio non può essere sconfit

 

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