La cultura di oggi istilla idee strane e vaghe sull’esistenza di Dio. Ne nascono alibi e incertezze al momento delle scelte. Ricordiamo che nella misura in cui il senso della vita arride, nel successo, si è sempre sicuri di aver ragione. Un giovane bene avviato può essere impermeabile al problema di Dio. Ciò che rende inevitabile il tema di Dio è la sofferenza, e non certo per concludere che «Dio non esiste altrimenti non si spiega perché fa soffrire i bambini». Proprio perché bambini e adulti conoscono spesso grandi sofferenze, non basta che qualche intellettuale dica che Dio non esiste. La vita deve avere senso in tutte le circostanze, altrimenti per molti la terra diventa un inferno. Quando si vedono i miracoli dell’amore in tanti sofferenti, si può intuire che un amore infinito offre senso infinito. Nessuna ideologia o pensiero consolatorio ha mai coniugato suffcientemente i due poli principali della vita: amore e dolore. Solo capendo come tutti ci muoviamo in una appartenenza primaria capace di innumerevoli sacrifici si potrà intuire che tali sacrifici si fanno all’interno dell’appartenenza, per mantenere il consenso identitario, ma che ci sono del tutto insopportabili se non ottengono consenso. E allora si apre la strada alla fede nell’amore in Cristo, che ci unisce al di sopra della nostra appartenenza socio-religiosa, in un amore di Pentecoste che regge ad ogni scomunica, come contempliamo in Gesù sulla croce, somma insuperabile di ogni rifiuto di amore da parte della propria appartenenza.

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