Onnipotenza e potenza creativa

Articolo pubblicato su Studi Cattolici  N° 677/78, Luglio/Agosto 2017

Il cristianesimo si può vivere solo nei legami del Regno che Gesù è venuto a instaurare. Si tratta proprio di un mondo di legami nuovi, reali, nell’amore donato e operato in noi dallo Spirito Santo. Pentecoste inaugura la presenza reale di questo Regno sulla terra, dove si può vivere vita eterna, vita trinitaria, ben diversa dalla vita immortale dell’anima umana.

C’è un “mondo animale” di cui partecipiamo anche noi umani, con inevitabili vincoli di branco, legati al genoma. Poi c’è il regno spirituale, proprio dell’uomo, con legami con Dio o con idoli nella religione e tra di noi nella vita familiare e sociale. È un mondo vastissimo, il cui cuore è l’apertura a Dio, con luci di sapienza, di filosofia, di scienza. Con una grande impresa pedagogica, artistica, ludica, sportiva, ecc. Il peccato originale si abbarbica proprio al centro di questo “regno” e confonde molte cose, tra cui la chiusura settaria nella propria “chiesa” o appartenenza primaria, in cui tutti necessariamente si muovono. Il bisogno di amore che connota il mondo spirituale viene confuso e reso conflittuale oltre ogni dire dal peccato originale, dal fare dell’immagine umana da difendere nella propria appartenenza il sostituto dell’immagine divina in cui siamo stati creati.
Ed esiste il Regno soprannaturale, operato con potenza creatrice dallo Spirito Santo, che ci fa figli di Dio realmente (cfr Gv 1,12; 1 Gv 3,1) e ci mette nella comunione di Pentecoste, con un cuore solo e un’anima solo secondo la grande novità del comandamento nuovo. È il mondo del battesimo, della Parola, dell’Eucarestia, che richiede un intervento creatore dello Spirito, di Maria madre di Dio e madre nostra nello Spirito Santo. Deve caratterizzarsi con la visibilità di vincoli nuovi di carità, avendo come Carta Costituzionale il comandamento nuovo, operato per grazia dallo Spirito in noi: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli» (Gv 13,35).
Nel Regno ci si entra col dono ontologico del battesimo (che per molti alla fine della vita potrà essere il battesimo di desiderio), ma occorre prenderne coscienza con i doni dello Spirito Santo. Non è solo questione di idee o pensieri, ma di dono oggettivo, in nuova creazione. Ma neppure opera sufficientemente il dono oggettivo se non c’è la presa di coscienza. Tutto ciò avviene nella comunione ecclesiale, il “noi” in cui si genera e cresce il figlio di Dio, con vincoli di nuova alleanza tra i fratelli e con il Dio Trino.
Il Regno è dono di grazia: non si può meritare con i nostri sforzi. Richiede solo la nostra libertà, il volere ricevere gratuitamente i grandi doni dell’Amore misericordioso. L’amore non può imporsi e pertanto richiede il nostro desiderio, che ci porta a chiedere: «Chiedete e vi sarà dato…» (Lc 11,9-10).
Entrando nel mondo della grazia occorrono varie distinzioni, che ci porterebbero lontano. Certamente tutto è grazia, già dalla creazione. Lo Spirito Santo agisce sempre su tutti gli uomini, fin dall’inizio quando aleggiava sulle onde del caos. In molti modi Dio provvede e sostiene gli uomini di buona volontà. L’uomo è religioso per natura anche se non crede in Dio; è facile vedere la dimensione religiosa, di assoluto, dogmatica, moralistica, in tutti. L’uomo non si accontenta di ciò che ha e si proietta verso qualcosa di più. Dio Creatore è onnipotente e può operare anche miracoli.
Nel Regno la grazia assume nuove forme, realmente soprannaturali rispetto al mondo della religione. In modo particolare la grazia santificante permette di avere pensieri e opere sante. Ma si tratta di aiuti che ci vengono dati attraverso la Chiesa, i sacramenti, la comunione fraterna, per vivere meglio la nostra fede cristiana. Alla base del Regno, nel cuore della grazia, c’è l’agire increato e creatore dello Spirito Santo. Rispetto al Dio onnipotente, c’è qualcosa di molto più importante: l’Amore creatore. Una cosa è un Dio che può fare tutto ciò che non si contraddice, e un’altra è il creare un mondo nuovo partecipe della vita trinitaria. Non basta intendere la grazia come aiuto divino, occorre prendere coscienza di un dono di filiazione e di comunione che lo Spirito crea. «Se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove»: si tratta di novità ontologica e non solo di una gnosi (luce) nuova. A Nicodemo, Gesù dice chiaramente che occorre rinascere con il battesimo e con l’azione dello Spirito Santo.
Elisabetta concepisce per un miracolo, perché Dio può farlo. Maria è resa Madre di Dio dall’intervento creatore dello Spirito Santo. L’arcangelo Gabriele dice chiaramente che a Dio tutto è possibile e pone come esempio il miracolo successo ad Elisabetta. Ma per Maria dice dell’azione dello Spirito Santo e di una potenza dell’Altissimo che la copre con la sua ombra. Non si tratta di un miracolo, ma proprio di nuova creazione. Il miracolo non cambia la natura, la sospende momentaneamente. Ma con Maria c’è qualcosa di ontologico nuovo (il concepimento nel seno di Maria) e certamente non si tratta di miracolo, ma di nuova creazione.
Il massimo della Potenza creatrice dell’Amore divino lo si ha con il Risorto. Chiaramente non si tratta di un miracolo, come per Lazzaro (che tornerà a morire), ma di creazione nuova: Gesù Risorto è uomo nuovo, portatore di vita eterna per ogni carne: «Cristo fu crocefisso per la sua debolezza, ma vive per la potenza di Dio. E anche noi che siamo deboli in lui, saremo vivi con lui per la potenza di Dio» (2 Cor 13,4). Capire questo vuol dire anche uscire da schemi religiosi insufficienti, dove si adora un Dio lontano, esterno, per avere una protezione e un premio finale. In questa visione la Risurrezione sarebbe un lieto fine, una fede in Dio che magari mi lascia soffrire ma poi alla fine, se lo prego bene, mi deve aiutare. La Risurrezione non è lieto fine, umanamente parlando. È mondo nuovo per chi crede e si lascia generare alla vita eterna alla vita dei figli di Dio, alla vita trinitaria. L’amore infinito di Cristo sulla Croce non riceve un premio in terra, non si riscatta l’ignominia estrema della croce per gli ebrei. Rimane per sempre un dono inaudito di amore per ciascuno di noi.
San Paolo attribuisce apertamente la risurrezione di Gesú da morte all’opera dello Spirito Santo. Dice che Cristo «è stato costituito Figlio di Dio con potenza, secondo lo Spirito di santità, in virtù della risurrezione dei morti» (Rom 1,4). In Cristo è diventata realtà la grande profezia di Ezechiele sullo Spirito che entra nelle ossa aride, le risuscita dalle loro tombe e fa di una moltitudine di morti “un esercito grande, sterminato” di risorti alla vita e alla speranza (cfr Ez 37, 1-14).
La vita nel Regno è intimità con Gesù risorto, con Dio Padre misericordioso, con lo Spirito Santo che ci unisce in un solo cuore. La dimensione religiosa è quella del sacro: un rapporto con il Dio creatore e onnipotente attraverso le mediazioni sacrali (sacer-dote, sacra-menti. Luoghi sacri, tempi sacri). Dio rimane esterno e lontano. La dimensione soprannaturale è quella di una fede viva nell’amore di Dio per me, un colloquio intimo (“nel segreto”, ripete Gesù; da figlio: abbà Padre), in comunione di amore che dà senso a qualunque circostanza della vita, anche ad ogni sofferenza, con unione di cuore tra i fratelli: appartenenza primaria a livello di Pentecoste, carismatica. Lo Spirito Santo agisce nell’intimo ma sempre creando legami di amore fraterno.
Entrare nell’azione creatrice dello Spirito è entrare nella vita nuova, che non muore, instaurata da Gesù: «chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita» (Gv 5,24). Non si tratta, come già accennato, alla vita immortale dell’anima, ma alla partecipazione alla vita di Dio, che non è immortale, ma eterno. Il dono è del tutto gratuito, di misericordia inaudita: Dio che dopo il peccato non si accontenta di risollevarci in piedi ridando all’uomo ciò che aveva creato per l’uomo, ma dando all’uomo ciò che è di Dio! Di questa “giustizia” ci può “convincere” solo lo Spirito Santo, come dice Gesù nell’ultima cena (Gv 16,8.10). La filiazione divina è dono ontologico che ci fa nuovi. Come ha ben studiato Fernando Ocariz (cfr Hijos de Dios en Cristo. Introducción a una teología de la participación sobrenatural), mentre le varie grazie sono accidentali e si perdono con il peccato mortale, la filiazione divina è rigenerazione dell’atto di essere proprio della persona. Il peccato non la può togliere, ma solo influenzare.
Non siamo educati a navigare metafisicamente, nella trascendenza dell’essere, anche perché la metafisica ha sempre privilegiato le essenze e ha sempre considerato l’essere come esistenza, rispetto a ciò che non esiste. ma l’esistenza è un prodotto dell’atto di essere. Solo con una rinnovata metafisica dell’atto di essere relazionale, il cui fondo è la relazione, come si rivela nella Trinità, a sostegno di ogni amore, si può liberare la fede nell’aldilà, la fede in un Regno di cui conosciamo solo alcune vestigia, ma che si apre oltre ogni dire ben oltre le immagini nostre (l’essere non si può tematizzare, non si può rappresentare in qualche modo: è ineffabile). Ciò che dovrebbe crearci problemi è credere nel cosmo, nel mondo visibile: perché c’è? Non dovrebbe esserci nulla? Si ricorre a Dio come creatore. Ma anche Dio, perché c’è? Che senso ha che ci sia un Dio invece del nulla? Occorre andare oltre: se c’è qualcosa vuol dire che è attuata dall’essere e l’essere non è un Dio estratto dai nostri pensieri per giustificare il mondo, è il regno di Dio che si rivela essere in relazione, Trinità. La vera realtà è quella del Regno di Dio. Regno di puro essere, che può attualizzare ogni ente, ogni bellezza, ogni legame di amore. Può creare e creando allarga il suo regno ai cori angelici, a cui Dio ha voluto unire l’umanità redenta. Di fatto c’è qualcosa e pertanto ci deve essere tutto, perché dal tutto dell’essere può spiegarsi ogni cosa, mentre il viceversa è totalmente assurdo. Impressionante vedere la forza con cui Gesù afferma di essere “Io-Sono”: «Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete che “Io Sono”» (Gv 8,28) (Cfr anche G 8,58).
Per tutto questo è fondamentale andar capendo che oltre alla creazione agisce nel mondo degli uomini la creatività dell’Amore che è lo Spirito Santo, che genera i figli di Dio e li rende sempre più partecipi della vita nuova, del mondo del Risorto. La comunione nuova, visibile nella vita dei santi e delle comunità cristiane aperte al carisma di Pentecoste, manifesta in qualche modo la Potenza creatrice, la grazia increata. Il bello è che è per tutti, è gratis. I santi non sono più bravi di noi, perché nessuno in ordine all’azione dello Spirito Santo può meritare di più. Sono più furbi! Hanno aperto il cuore all’azione gratuita della misericordia. Misericordia è amore per chi non lo merita, e pertanto è tutta per ciascuno di noi, pur che la si voglia. La Chiesa ha per compito principale suscitare questa voglia, questi desideri di santità che portano a chiedere e a permettere l’azione santificatrice. Ciò può avvenire solo là dove i pastori rendono possibili cammini di santità per chiunque voglia assaporare la bellezza del Vangelo, con una proposta vocazionale legata al battesimo, senza bisogno di cambiar vita o di assumersi impegni particolari, se non quelli di una vita interiore curata ogni giorno, con un incontro settimanale con coloro che camminano nella sequela di Cristo, e con un mandato apostolico consono alla situazione di ciascuno. Si tratta di dar presenza al Risorto nella vita di tutti i giorni, attraverso l’azione creatrice dell’Amore, che non si può meritare ma che occorre desiderare e chiedere, con la forza e l’entusiasmo umano e spirituale che può dare il Comandamento nuovo, come appartenenza primaria che recupera i vuoti abissali di amore che il peccato originale provoca nell’abisso del cuore umano. Solo un amore donato, che ci unisce al di là dei nostri meriti, dei paragoni, delle lotte di potere sempre presenti nelle appartenenze idolatriche in cui tutti ci muoviamo, può porre la salvezza, il cielo nel cuore e l’amore genuino tra noi, nel mondo presente, come anticipo e speranza del Regno eterno.
Ugo Borghello
Bologna 12 giugno 2017

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Sull’esistenza di Dio

La cultura di oggi istilla idee strane e vaghe sull’esistenza di Dio. Ne nascono alibi e incertezze al momento delle scelte. Ricordiamo che nella misura in cui il senso della vita arride, nel successo, si è sempre sicuri di aver ragione. Un giovane bene avviato può essere impermeabile al problema di Dio. Ciò che rende inevitabile il tema di Dio è la sofferenza, e non certo per concludere che «Dio non esiste altrimenti non si spiega perché fa soffrire i bambini». Proprio perché bambini e adulti conoscono spesso grandi sofferenze, non basta che qualche intellettuale dica che Dio non esiste. La vita deve avere senso in tutte le circostanze, altrimenti per molti la terra diventa un inferno. Quando si vedono i miracoli dell’amore in tanti sofferenti, si può intuire che un amore infinito offre senso infinito. Nessuna ideologia o pensiero consolatorio ha mai coniugato suffcientemente i due poli principali della vita: amore e dolore. Solo capendo come tutti ci muoviamo in una appartenenza primaria capace di innumerevoli sacrifici si potrà intuire che tali sacrifici si fanno all’interno dell’appartenenza, per mantenere il consenso identitario, ma che ci sono del tutto insopportabili se non ottengono consenso. E allora si apre la strada alla fede nell’amore in Cristo, che ci unisce al di sopra della nostra appartenenza socio-religiosa, in un amore di Pentecoste che regge ad ogni scomunica, come contempliamo in Gesù sulla croce, somma insuperabile di ogni rifiuto di amore da parte della propria appartenenza.

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La causa principale dei problemi italiani

Sono un sacerdote che non si mette in politica, per rimanere aperto a tutti. Ma il parlare di Costituzione è previo alla politica, è amore per l’Italia, per tutti. Un po’ di scienza della politica può rientrare nell’insegnamento della morale speciale.
Il testo è ripreso da una conferenza e pertanto ha qualche ripetizione.

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Lettera da Gerusalemme

Gerusalemme, estate 2015.

Ti scrivo dalla Terra Santa, pieno di commozione e di forti esperienze spirituali. La visita ai luoghi santi della nostra fede permette un contatto umano, anche fisico, materiale, con la storia di Gesù, che per noi è storia salvifica, che si rinnova per ciascuno. Come descrivere la devozione e la commozione di una celebrazione eucaristica nel Santo Sepolcro, sulla lastra della tomba su cui fu deposto Gesù? Là nel sepolcro penso al luogo dove si è operato il passaggio pasquale, il mistero pasquale! Morte e Vita nello stesso momento. E tutto per me! Adesso! Poter mettere la testa sulla tomba di Gesù! Sulla pietra in cui è stato adagiato morto e averlo accanto vivo! Ma anche una messa sul Calvario, al Cenacolo o a Betlemme, nella grotta della Natività, come descriverle? Basti pensare al Cenacolo, il nel luogo che ha visto l’istituzione dell’Eucarestia, la lavanda dei piedi, i discorsi dell’ultima cena narrata da Giovanni, Gesù risorto che appare agli apostoli, e poi anche a Tommaso; i dieci giorni dopo l’Ascensione; e la Pentecoste, il grande giorno in cui nasce la Chiesa con l’unione dei cuori in un vincolo superiore che può superare ogni chiusura settaria, ogni divisione di popoli e religione, ogni guerra e discordia. Lì rimasero gli apostoli e Maria per vario tempo dopo la Pentecoste. C’è da pregare per ore.
Le celebrazioni in questi luoghi, ripeto, sono stati senz’altro i momenti più sublimi, dove ci si sente in comunione con tutti e si prega per una lunga lista di nomi, ricordati ad uno ad uno, tra cui anche tu; è questo uno degli aspetti che più mi ha colpito: sentirmi molto più unito a tutti voi.
Andando alla Piscina Probatica (che tra l’altro è un luogo sorprendente per tutti gli strati architettonici che si sono seguiti nella storia di Gerusalemme) è facile ricordarsi di tutte le persone ammalate fisicamente. Andando a Cafarnao, nella Casa di Pietro, dove Gesù ha vissuto per un lungo tempo, pensandolo con gli apostoli, è facile pensare all’unità intorno a Gesù che noi dobbiamo avere, con affetto e disponibilità reciproca. Andando a Cana ho potuto pregare per tante famiglie, sane o ammalate, e per coloro che non trovano ancora un/a fidanzato/a. Andando a Betlemme ho pregato per chi non riesce ad aver figli, oltre a tante altre intenzioni. E così via. I due posti sul lago delle pesche miracolose mi hanno fatto sognare orizzonti apostolici per tutti, e ce n’è un urgente bisogno, visto che l’ignoranza della fede e della sua bellezza è sconosciuta proprio da chi crede di saper bene cos’è il cristianesimo.
Qui a Gerusalemme si tocca con mano la divisione dei cuori; l’ignoranza di quell’amore che Gesù ha portato sulla terra, per unire tutti senza più discordie, guerre, indifferenze. Qui invece musulmani ed ebrei sono ancora chiusi in ben altre categorie religiose: non si salutano, si dividono in quartieri ben distinti. Tra i cristiani c’è la stupenda testimonianza dei francescani, con il lavoro meraviglioso che compiono da secoli per salvaguardare i luoghi santi e custodirli con dignità e decoro. Gli altri cristiani sono un po’ più chiusi e anche un po’ trascurati materialmente. C’è bisogno di carità, c’è bisogno di arrivare al primato della persona sulle categorie, al primato dell’unità nel rispetto di tutte le distinzioni. Ma è un tema troppo grosso per continuarlo qui.
La cosa importante qui è far parlare le pietre e gli occhi che vedono quello che ha visto Gesù. Tanti posti sono incerti, ma alcuni sono proprio quelli del tempo di Gesù, ad incominciare dal Calvario e dal Sepolcro. Ma anche il Monte degli Ulivi, con una chiesa che conserva una grande lastra di pietra su cui Gesù ha sudato sangue. Ho potuto celebrare la santa messa proprio davanti alla pietra, pensando a quel momento dell’agonia di Gesù, in cui si è conquistata la salvezza per tutti noi, quasi più che sulla Croce, patendo l’indicibile nel suo cuore: l’anima mia è triste fino alla morte; Padre se puoi allontana da me questo calice, ma non sia fatta la mia ma la tua volontà. In quel momento pativa non tanto per la sofferenza fisica cui sarebbe stato sottoposto (i martiri muoiono cantando), ma perché quella morte avrebbe decretato la scomunica divina nei suoi confronti davanti al suo popolo. E’ questo ciò che il nostro cuore non può sopportare. Per capirlo bene non posso far altro che rimandare al capitolo sull’Ascensione, nel libro “Liberare l’Amore”, dove si cerca di spiegare il vero passaggio pasquale dal peccato alla Vita nuova.
E’ una grande grazia poter stare più di venti giorni in questi posti, con il tempo di visitarli quasi tutti e di tornare a meditare, con calma.
Prego per te e ti auguro un’estate serena, ricca spiritualmente e umanamente.

Un saluto carissimo,

don Ugo

Dio potere – Dio Amore

Pubblicato su Studi Cattolici n° 673, marzo 2017

«Parlando della preghiera ho rivolto, all’abate John Eudes, una domanda che mi è sembrata contemporaneamente assolutamente fondamentale e un po’ ingenua: “Quando prego a chi rivolgo la mia preghiera?”. “Quando dico ‘Signore’ che cosa voglio dire?”. John Eudes mi ha risposto in un modo molto diverso da come mi aspettavo. Mi ha detto: “Questa è la vera domanda, la più importante questione che puoi sollevare; o almeno la domanda con cui puoi rendere più vera ogni altra domanda”»[1] Queste parole di Nouwen ci stimolano a prendere sul serio la nostra ricerca di un rapporto sincero con Dio. Di Dio non possiamo dire nulla, eppure proiettiamo in Lui i nostri desideri inficiati dal peccato. Ma Dio si è rivelato e tutto dipende da come ci lasciamo penetrare dalla sua Parola: «Fino ad oggi, quando si legge Mosè, un velo è steso sul loro cuore; ma quando ci sarà la conversione al Signore, quel velo sarà tolto. Il Signore è lo Spirito e dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà. E noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore» (2 Cor 3, 15-18).

Ritorna anche nel testo di san Paolo la parola “Signore”. «Quando dico “Signore”, cosa voglio dire?». Per penetrare nel mistero di Dio è fondamentale distinguere la religione dalla fede. La prima è scritta nel cuore di ogni uomo e in tutti i rapporti sociali, anche degli atei, perché l’uomo è creato ad immagine divina e in tutti i rapporti cerca questa immagine. Dopo il peccato originale la cerca nelle “persone essenziali” che formano una “chiesa” in cui si cerca il senso della vita: chi sono io per gli altri? E nessuno può vivere individualisticamente, ma sempre in un “noi” per il quale ognuno è pronto ad ogni sacrificio. E difatti vediamo gente sacrificarsi e anche morire per cause diversissime, che rivelano una appartenenza primaria del cuore, dalla quale non si può mai prescindere. Anche i dettami individualistici della nostra cultura secolarizzata in realtà sono imperativi collettivi: se vuoi il nostro plauso devi dimostrare che tu sei l’unico artefice di te stesso. È la dittatura del relativismo di cui parlava Benedetto XVI. Ma il Dio della religione, anche là dove viene riconosciuto, come nelle grandi religioni, arriva al massimo al monoteismo, dove però Dio è singolo, e pertanto non può essere amore, ma potere. Potere supremo, capace di creare e di governare il mondo con la sua provvidenza e giustizia. Il Dio della religione è onnipotente e lontano. Allah è singolo e pertanto non può essere amore. Non ha un figlio e pertanto non può essere Padre. Difatti tra i 99 nomi di Dio nel Corano non c’è né Padre, né amore. C’è “misericordiosissimo”, ma nel modo come un imperatore romano poteva essere misericordioso con il gladiatore ferito, come un padrone può essere con un servo fedele per qualche suo errore. Non è la vera misericordia paterna. Dire “Signore” allora indica il potere. Dio può creare e lo fa da padrone. Gli uomini sono i suoi “sottomessi” come indica l’etimo di “Islam”. Servi, non figli. Padrone buono con i servi fedeli, padrone giustiziere con i servi infedeli. Padrone onnipotente che invoglia i servi a servire con zelo per godere della sua protezione, ma padrone che richiede una obbedienza sottomessa e un servizio incondizionato. È il Dio degli eserciti, ben presente ancora nell’Antico Testamento e invocato anche dai cristiani in tutte le loro battaglie, quando il cristiano vive di religione e non di fede.

Il rapporto con Dio della religione è attraverso il sacro: Dio rimane lontano, nella sede celeste. È Signore come padrone, per buono che lo si veda. Per questo san Giovanni Paolo II poteva dire (in un mio riassunto) che il demonio non teme il Dio della creazione e dell’onnipotenza: lui attacca l’Alleanza.

Il Dio dell’Alleanza crea il mondo della fede. La fede infatti dipende dalla Rivelazione ebraico-cristiana. In Cristo Dio si rivela come Padre misericordioso, avendo un Figlio e un “noi” che è lo Spirito Santo, il Dio amore, il Dio comunione. Quando diciamo: Dio onnipotente, ci riferiamo al Dio-potere, creatore del mondo e capace di miracoli. Al dire “potenza di Dio” il Nuovo Testamento si riferisce al potere creatore dell’amore divino, lo Spirito Santo che scende su Maria e la rende madre di Dio, che scende sul cadavere di Cristo e crea l’uomo nuovo, in un disegno inaudito di amore. Nell’amore Dio si rivela come Padre: stabilisce un legame con noi, ma nella libertà dei figli. La creatura non è mai dio di se stessa: dipende. Ma c’è la dipendenza del servo e quella del figlio. La prima è di convenienza, la seconda è di libertà nell’amore. Un figlio obbedisce, ma non da servo. Se l’uomo vuol divere da dio, rifiutando un rapporto con Dio che è di servitù, diventa schiavo, come successe al figlio prodigo della parabola, che arrivò ad invidiare i servi di suo padre. Il fratello maggiore rimase sottomesso, ma rivela un cuore da servo. Il Padre della parabola rispetta la libertà dei figli, lascia partire il minore, ma sa recuperarlo a livello di figlio. E ci tenta anche con il maggiore.

Con la fede dire “Dio è il Signore” diventa tutta un’altra cosa. Fa riferimento al Regno, come Nuova ed eterna Alleanza, nella comunione primaria carismatica instaurata a Pentecoste dallo Spirito Santo. Si è creata, con nuova creazione, una appartenenza primaria nuova. Per primaria si intende la relazione sociale e spirituale che prende il cuore: “dov’è il tuo tesoro lì è il tuo cuore”. Tutti hanno una appartenenza primaria, ma in tribù variamente configurate, anche per chi crede di pensare solo con la propria ragione. L’appartenenza primaria ha la signoria del cuore: il valore sovrano garantito da certe prestazioni che si caricano di assoluto a sostegno del consenso presso il “noi” in cui ci si muove. Un bambino per la mamma è valore sovrano, detta legge. Un fidanzato per la fidanzata detta i tempi e i programmi della vita. Il lavoro per l’uomo dopo il peccato originale è diventato già in Adamo un valore sovrano che cerca di sostituire l’immagine divina con l’immagine davanti ad altri. Per il valore sovrano si è disposti a rischiare la vita, a morire in guerra, fino al terrorismo, che è problema di amore. Il peccato originale ha posto l’idolatria nel cuore umano.

San Paolo afferma: «Nessuno può dire: “Gesù è Signore!”, se non sotto l’azione dello Spirito Santo» (1 Cor 12, 3). Si entra nel mondo della fede, mondo soprannaturale che richiede l’appartenenza primaria al Regno, nella realtà viva di una Chiesa che cammina nel mondo con nuclei di comunione primaria carismatica, e cioè con partecipazione reale al Regno, con legami di fraternità che incarnano il comandamento nuovo, come tra i primi cristiani e nelle realtà carismatiche, dove si cerca di viver il “cuor uno e anima una” delle primitive comunità. Sento tante esortazioni a vivere il Vangelo, specie rivolte ai giovani, ma le esortazioni non cambiano la vita. Ciò che cambia è l’appartenenza ad un cammino reale dove ci si ritrova con mete comuni di santità e di evangelizzazione. Non lo si può lasciare agli ordini religiosi e alle realtà carismatiche: ovunque si riuniscano cristiani in ogni parrocchia in modo particolare, ci deve essere una proposta concreta di camminare insieme: “dentro o fuori”, che non è un chiudersi, ma un abitare con vincoli di amore che aprono fino all’ultimo uomo[2]. La vera apertura non è quella di facilitare il Vangelo rinunciando a ciò che non piace a tanti, ma quella di chi si decide a viverlo sul serio, curando l’incontro personale con Cristo risorto, Signore del mio cuore, e la spiritualità di comunione in una realtà riconoscibile. Dalla preghiera e dalla comunione impregnata di carità nasce l’apertura della Chiesa su tutte le frontiere.

Purtroppo per secoli la Chiesa istituzionale ha governato la religione cristiana, lasciando Dio piuttosto lontano. Non mancava la catechesi di fede, ma non diventava proposta concreta di camminare col Vangelo. Lo Spirito Santo suscitava santi anche nel popolo, ma la comunione tra i cristiani mancava del carisma di Pentecoste, era socio-sacrale. Solo negli ordini religiosi si poteva scegliere un cammino di orazione, il dialogo intimo con Gesù che procura la signoria del cuore, insieme all’umiltà necessaria per vivere un vincolo di carità fraterna degna del Vangelo.

Se non c’è intimità di vita interiore e comunione fraterna superiore ai legami di amore umano, il rapporto con Dio rimane fuori dall’amore, nel potere. Dio è cercato per rafforzare i nostri poteri, è temuto secondo il suo infinito potere. È impressionante quanto il calcolo di potere possa entrare nella vita cristiana. Ad iniziare dai sacerdoti. Certamente per fare il bene occorre “poterlo fare”, occorre un certo potere. Ma quanto facilmente questo potere diventa sicurezza umana, confronto, carriera, lotta di potere, scoraggiamento nell’insuccesso, invidia di chi ha più capacità, pettegolezzo, ecc. Ci si può certamente rivolgere al Dio onnipotente perché ci aiuti a risolvere i nostri problemi quando sono superiori alle nostre forze; può essere un segno di fede, di fiducia. Il bambino nel bisogno sa ricorrere al padre e alla madre. Ma la molla del bambino è l’affetto, il “noi” familiare. È ben diverso studiare per compiacere i genitori dallo studiare in un orfanatrofio per paura delle punizioni o per l’orgoglio di primeggiare. Dove si vede bene se Gesù è Signore è nella sofferenza. Gesù non ci salva scendendo dalla croce, ma con un amore più grande di ogni croce. Mentre preghiamo il Dio della religione perché guarisca le nostre malattie, preghiamo in intimità, nell’amore, Gesù che ci stia accanto nella sofferenza. L’amore redime la sofferenza. Se il bambino ha un tumore, ai medici si chiede che lo guariscano, ma la madre che dorme con lui in ospedale lo sostiene nell’amore. Se muore dopo sei mesi ha ricevuto più amore che in 50 anni di vita normale; e anche lui ha dato più amore a tutto il parentado e compagni di scuola che in 50 anni di vita normale. Il conto dell’amore torna. Gesù ci salva non come i medici, ma come la madre. Il suo è un amore più grande non solo della malattia e della morte, ma di ogni croce che possa affliggere gli uomini. Questo è il mondo della fede: fede nell’Amore! Come è stato detto: il nostro cuore può essere la culla o la tomba di Dio.

Distinguere meglio il Dio-potere dal Dio-amore può essere molto utile per il dialogo interreligioso. Alcuni cristiani lo ritengono una deriva verso il sincretismo, con perdita dello specifico cristiano. Ma in realtà, visto che il cristianesimo necessariamente è anche religione, si può dialogare al livello di religione, che ha una grande importanza per la vita dei popoli. La fede rimane nascosta al dialogo, perché è un mondo nuovo, che richiede nascere nel Regno. Chi non è cristiano può leggere il catechismo, ma non è vita di fede. Il dialogo con le altre religioni non lo si fa con il nostro catechismo, ma rispettando le loro appartenenze e approfondendo i valori sapienziali che sostanziano la vita dello spirito umano. Comunque i cristiani possono capire meglio che non si tratta di cadere in un sincretismo universalista che annullerebbe la nuova creazione e la salvezza. Dalla parte di Dio è evidente che Dio sia lo stesso per tutti. Ma dalla parte nostra ci sono idee di Dio o di surrogati ideologici che portano distruzione e morte, oppure una vita da servi. I sacrifici umani degli Atzeki, il messianesimo comunista (vera struttura religiosa), il fondamentalismo islamico o altro, non entrano in un dialogo interreligioso fatto da gente di buona volontà di cui è fondamentale rispettare l’appartenenza confessionale. Ma sarebbe importante capire da parte di tutti che ciascuno è convinto di aver ragione nella sua appartenenza primaria a prescindere dalla verità oggettiva. Questa si intravvede se osserviamo la differenza tra religioni diverse dalla propria. Una maggior riflessività in questo senso porterebbe ad un dialogo più umanizzante.

La distinzione tra il Dio-potere e il Dio-amore, inoltre, può attutire l’acrimonia contro la Chiesa cattolica, che si accentua sempre più. Non solo i protestanti han creduto, con qualche ragione insufficiente, di vedere troppo potere nella Chiesa istituzionale illudendosi di poter vivere di fede senza religione, ma oggi sono i secolarizzati che non possono sopportare il potere dei sacerdoti sulle coscienze dei fedeli. Certamente anche i secolarizzati dovrebbero capire che anche loro usano la ragione in funzione del potere di immagine presso la loro “chiesa” (nessuno ne può essere esento), ma se vedessero fiorire il Vangelo e la sua misericordia, ne sarebbero attratti o perlomeno non disturbati.

Può sembrare che Dio abbia fatto le cose molto complicate. In realtà ai suoi occhi sono semplici e anche facili. Distinguere la religione dalla fede nel cristianesimo, il Dio-potere dal Dio-amore, può far capire che per gli innamorati di Gesù tutto diventa semplice. Solo che gli innamorati di Gesù camminano fianco a fianco con i fratelli nella fede. Con la catechesi e la formazione è come se esortassimo i giovani a fare un bel matrimonio. Ma il matrimonio non si fa solo con le parole e i propositi personali, occorre fidanzarsi e camminare verso il futuro; occorre generare figli perché ci sia un padre che sperimenta la novità di vita. Però, mentre per il fidanzamento basta essere in due, per un cammino di santità nella Chiesa occorre che l’istituzione sia tutta protesa a costituire ovunque nuclei di comunione primaria carismatica, senza accontentarsi della catechesi o della predicazione.

Ugo Borghello

Bologna, 19 gennaio 2017

[1] H. Nouwen, Semi di speranza, Gribaudi, Milano 1998, p. 90

[2] Cfr U. Borghello, Nuova evangelizzazione e comunione primaria in parrocchia. Ed. Cantagalli, Siena 20152.

 

I fondamentali dell’amore umano

Questo libro, che sta facendo un gran bene a tanti giovani, è nato in risposta ad un ragazzo che mi diceva: “Ho 26 anni. Sono laureato in economia e ho trovato un bel posto a tempo indeterminato. Dovrei essere felicissimo, e invece sono molto triste, perché la ragazza che amo (e anche lei mi ama!) mi ha fatto questo discorso: dato che l’amore finisce, facciamolo finire subito, così posso fare programmi all’estero. Cosa devo fare per tenermi una ragazza?”. Ho scritto un libro ben convinto che il matrimonio e l’amore umano li ha inventati Dio e che ci ha dato anche le istruzioni per l’uso, i fondamentali scritti nel nostro genoma. Non basta essere bene intenzionati, occorre essere in due a pensare giusto sulle cose fondamentali, quelle che non dipendono da cultura o da scelte personali. Come dice il proverbio brasiliano: “Se a sognare è uno solo i sogno rimane un sogno; se si è in due il sogno diventa un progetto”. Per esempio: l’innamoramento è un fondamentale (come le note per la musica: ogni brano musicale è diverso, ma le note sono sempre quelle), scritto nel genoma. Non dipende dalla cultura, anche se può essere molto influenzato. Ma nella sua forma particolare che fa sembrare tutto facile dura soltanto un paio di anni. Cosa ci dice Dio con questo fondamentale? Che ci vuole l’innamoramento, ma che l’amore è un’altra cosa, tutta da scoprire e da fomentare.

L’amore vero è per sempre!

Non indulgo alla cultura fatta di slogan tra amici, di istantanee visive, di messaggi da twuitter, che possono avere un loro ambito a volte anche valido, ma non possono sostituire lo studio necessario per inquadrare un abbozzo di progetto di tutta la vita. Sembra proprio che i giovani non vogliono leggere cose lunghe, libri o anche articoli; ma non è vero. Ho tanti esempi che lo smentiscono; il problema è motivare la lettura; e quando c’è di mezzo tutta la vita i più avveduti si svegliano e studiano. Lo fanno per il lavoro, ma l’amore umano è diventato un problema più grande del lavoro e occorre studiare. Quello che si semina si raccoglie, non c’è scampo. Io non pretendo certo delineare il futuro di nessuno, ma perlomeno che si sappia distinguere il grano dall’avena, in modo che un giovane sappia cosa seminare per una storia ben avviata della sua vita. Senza un piano di volo nessun aereo decolla. E nel piano di volo non c’è solo la voglia di volare, ma un mucchio di altre coordinate e interazioni con tanti altri. I malanni dell’amore umano oggi sono molti e profondi; non si cura un tumore con l’aspirina e non si affronta un matrimonio senza condivisione chiara del seme da gettare. Se uno semina grano e l’altro avena alla fine si dà tutto agli animali.

Questo libro non sostituisce Il Sogno dell’amore per sempre, ma insieme affrontano un nodo strategico della vita umana: se si capisce l’incanto dell’amore per sempre (che richiede, tra l’altro, la castità prematrimoniale, a fondamento del futuro) si entra nella civiltà dell’amore, altrimenti si prende la strada della civiltà della morte (come l’ha chiamata san Giovanni Paolo II).