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Scientia Crucis Articolo apparso su Srudi Cattolici n° 685 del febbraio 2018

Gesù dice in modo perentorio: «Chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo» (Lc 14, 33) Molti cristiani nei secoli hanno inteso queste parole come necessità di rinunciare alle cose della terra per dimostrare che si è di Cristo. Magari interpretando male quei santi che, mossi da un compito di amore, pur di compiere il loro compito si dimostrano distaccati da tutto il resto. I santi son coloro che hanno visto la perla preziosa e sono disposti a tutto pur di averla. Chi li imita e non ha visto la perla preziosa pensa che occorre rinunciare a tante cose per vedere se arriva la perla preziosa e cade in una lettura moralistica del Vangelo. I santi in genere predicano mossi da un vero amore, dove parlare di Croce è parlare dell’amore che unisce a Cristo e partecipa del suo amore incondizionato. Ma chi ascolta, o da parte di altri predicatori un po’ meno santi si fa presto a pensare alla croce concreta come un bene, come il modo di meritare le grazie di Cristo. E così nei secoli c’è stato un gran parlare di croce, in modo piuttosto pesante. Le sofferenze di per sé sono un male. Il bene viene dal lasciare le false sicurezze umane e puntare su Cristo e il suo amore, il comandamento nuovo e la comunione dei santi. Le sofferenze fanno parte della vita; alla sequela di Cristo aiutano a rinsavire, a svegliare l’anima, a non illudersi in sicurezze puramente terrene.

Cosa vuol dire lettura moralistica? Gesù dice: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mc 8, 34). La lettura moralistica vede nella croce un prezzo da pagare per avere favori divini. Ma allora la salvezza sarebbe condizionata dalle nostre prestazioni: se riesco a mortificarmi sono un buon cristiano e se non riesco la colpa è mia. Dio diventa uno specchio che riflette quello che facciamo noi. Ma soprattutto questa lettura allontana i più dal Vangelo; lo rende gravoso. Quanti giovani pensano che ad essere cristiani ci sia da rinunciare a tante cose che gli amici si permettono. In realtà il Vangelo è la buona novella, la vita più bella, senza dover rinunciare a nulla di ciò che Dio ha creato. Addirittura san Giacomo può dire: «Considerate perfetta letizia, miei fratelli, quando subite ogni sorta di prove» (Gc 1,2) chi può dire una cosa simile? Quale ideale può essere comparabile a questo?

La croce e l’amore di Cristo

Ed è che la croce non è un prezzo da pagare, ma la scelta di un dono di amore che vale più di tutte le croci: “Chi mi vuol seguire…”. La lettura moralistica mette l’accento sulla croce, ma le parole di Gesù partono dalla sequela, dalla bellezza della scelta di Cristo. Una scelta di amore non pone condizioni. Vi immaginate che i veterani di Napoleone invece di essere disposti a tutto (questo vuol dire “prendere la croce”) stessero sempre a suscitare rivendicazioni sindacali per disporsi a combattere? Gesù merita di più della sequela di Napoleone. La croce vuol dire: Io sono la risurrezione e la vita, chi mi vuol seguire non ponga condizioni, non chieda sconti, non contratti una scelta che deve essere di amore. La croce, per il cristiano, è l’amore di Cristo che vale più di tutte le croci, e libera da ogni paura. È ben diverso da come pensano la croce tanti cristiani. Come se un giovane, al vedere un padre sacrificarsi per il figlio, volesse imitarlo per vedere se può essere padre, ma non ha il figlio e pertanto diventa tutto uno sforzo inautentico, snervante. La lettura moralistica dà per scontato il dono indicibile di amore, mentre occorre ripartire sempre da lì: «Senza di me non potete far nulla» (Gv 15, 5). Gesù a volte lo deve dare per presupposto, ma come i genitori con i figli. Non possono, ogni volta che chiedono una prestazione, ricordare tutti i sacrifici che hanno fatto per loro. Se il presupposto non viene considerato cade al livello dello scontato, che annulla la bellezza e la forza del dono.

Il fatto è che tutti hanno un legame sociale per il quale non calcolano il prezzo. Tutti hanno un legame significativo, una immagine sociale da difendere, per la quale non misurano i sacrifici, fosse anche la morte. Ma sono legami precari, dipendenti dal successo, che è difficile da mantenere e si rischia una continua sofferenza. Gesù ha subito la più grande scomunica interna al proprio popolo. Con Lui ci si libera dalla paura di perdere il consenso delle persone davanti alle quali si cerca immagine. Difficilmente si trova chi si renda conto che il vero legame deve essere con coloro che si pongono alla sequela di Cristo, come amore che realmente vale più di tutto e rende liberi in tutto.

Gesù non chiede un anticipo di croce per poterlo seguire, come potrebbe dedursi dalla sue parole: chi mi vuole seguire prenda la sua croce. Sarebbe come se il parroco chiedesse un anticipo di cattiva sorte prima di unire in matrimonio due sposi che devono essere pronti ad amarsi nella buona e nella cattiva sorte. Le croci sono quelle della vita: Gesù le vive con noi con un amore che dà senso ad ogni circostanza, anche avversa. Disposti a tutto vuol dire preferire l’amore di Cristo alle comodità umane, ma con un minimo di chiaroveggenza sul fatto che la vita presenta comunque tante croci che impediscono il paradiso sulla terra. Con Gesù si può tendere alla gioia piena in questa vita (Cfr Gv 15, 11). È vero anche che nella piena disposizione a seguire Gesù occorre pensare che possano giungere croci causate proprio dalla sequela cristiana. I martiri ci rimettono la vita. Ma c’è tanta gente che ci rimette la vita per il proprio amore. Tanti sciiti muoiono martiri per bombe in moschea da parte dei sunniti, o viceversa. Tanti giovani comunisti hanno perso la vita per una rivoluzione atea. Qualcuno ci rimette magari la carriera, perché come cattolico può essere inviso ai poteri forti, ma fa parte del gioco sociale e delle ingiustizie umane. Prendere la croce innanzitutto vuol dire vivere con pienezza la vita anche in mezzo alle croci della vita, perché Gesù accompagna col suo amore: «Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10,10). Frutto della Croce è il dono dello Spirito Santo, che è pienezza di amore, è trionfo della vita.

Non croce ma grazia

Certamente chi segue Gesù non dovrebbe scendere a compromessi con quanto il mondo offre di peccaminoso, di egoistico, di settario. Ma queste “mortificazioni” non sono un prezzo da pagare, ma una affermazione gioiosa di una vita bella e piena di valori positivi. Dice il libro della Sapienza: «Poiché tu ami tutte le cose esistenti e nulla disprezzi di quanto hai creato; se avessi odiato qualcosa, non l’avresti neppure creata» (Sap 11, 24). Gli sforzi e le mortificazioni per mantenersi retti non sono una croce da pagare a Cristo, ma un dover far fronte al mondo. Tanto è vero che una vita nel peccato è infinitamente più brutta e faticosa di una vita secondo la volontà di Dio. Nella volontà di Dio, infatti, c’è ogni bene e nessun male. Una amicizia leale, un matrimonio armonioso e con vari figli e poi nipoti, un lavoro onesto, la solidarietà sociale, la bellezza del mondo, dell’arte, della musica, del gioco e della festa sono tutti compresi nella volontà di Dio. Essendo noi peccatori, con un peso verso il basso, chiaramente dobbiamo sforzarci per mantenerci orientati verso la volontà divina, ma ciò non è croce per seguire Gesù, ma grazia per scampare ai mali del mondo. Quando diciamo: sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra, si tratta del comandamento nuovo (che sarà parte sostanziale del cielo), che riassume ogni volontà del Padre per noi uomini. Vivere nel comandamento nuovo, tra fratelli che sanno volersi bene, è quanto mai bello. Il prendere la croce vuol dire scegliere Gesù sopra ogni cosa; Dio vuole una nostra scelta libera. Non tante mortificazioni per pagare i suoi benefici, ma la libertà, che Dio ci ha dato proprio in vista dell’Amore.

La Risurrezione è vita nuova

Chi prende la croce come prezzo da pagare poi prende la Risurrezione come lieto fine, come premio alle proprie rinunce. Ma la risurrezione non è lieto fine. Non risolve nulla sulla terra, non toglie la morte, non garantisce successo e salute. È vita nuova che vince la morte proprio con un amore eterno. È la vita eterna che Gesù è venuto a portare sulla terra. Lo dice chiaramente: «Tu gli hai dato potere su ogni essere umano, perché egli dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato» (Gv 17, 2). La vita eterna non è la vita dell’anima immortale che non muore e che ha un premio in cielo. L’anima è immortale, ma non eterna; Dio è eterno ma non immortale. Gesù viene proprio a portarci la vita dei figli di Dio, la vita della Trinità: «Chi mangia la mia carne e bene il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno» (Gv 6, 54). Dice anche: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me anche se muore, vivrà» (Gv 11, 25); dato che tutti moriamo vuol dire che si riferisce ad un’altra vita, la vita eterna. La croce non deve mai essere vista isolata, ma sempre nel mistero pasquale, che è dono di vita eterna. Sono i protestanti a vedere la croce isolata, e purtroppo hanno influito anche su di noi cattolici.

Se si passa dal Dio della fede, presente a noi nel vincolo trinitario instaurato dallo Spirito a Pentecoste, in comunione intima con le tre persone, al Dio della religione, separato dalle sue creature singolo e pertanto non caratterizzato dall’amore ma dal potere, allora il tema della Croce cambia sostanzialmente. Purtroppo ai fedeli nei secoli è stata data la religione, ma molto meno la fede e pertanto anche il vero senso della croce. Sono fiorite le vocazioni religiose, con tante rinunce a cose lecite, al seguito di Giovanni Battista. Nel cristianesimo c’è la vocazione specifica ad aprire strada a Gesù con la penitenza, ma purtroppo si è sottovalutato che san Giuseppe col suo lavoro e con la normalità della famiglia, ha reso possibile il disegno di redenzione molto più di san Giovanni Battista. Gesù non segue l’ascetismo del Battista. Il suo andare in croce è frutto solo dell’amore; Lui ha sposato pienamente l’umanità. Purtroppo si pensa all’amore come sacrificio per la persona amata, ma in realtà l’amore, che richiede molti sacrifici, non è sacrificio, ma ben altro.

San Josemaria vede bene la croce nel cuore della vita cristiana; come succede ai santi, che parlano tanto bene della croce di Cristo (che è amore più grande di tutte le croci): «Sappiate che ci servono di più le cose che apparentemente non funzionano e ci contrastano, di quelle che appaiono facili e senza sforzo. Se non abbiamo chiara questa dottrina, si scatena lo scoraggiamento. In cambio, se abbiamo bene assimilata questa sapienza spirituale, accettando la volontà di Dio –anche se costa- in queste circostanze precise, amando Cristo Gesù e coscienti di essere corredentori con Lui, non ci mancherà la chiarezza la fortezza per compiere il nostro dovere: la serenità»1. Sono parole che possono far pensare che Dio manda le croci. Ma, eccetto in caso di provvidenza speciale, quando Dio realizza un suo disegno attraverso santi che gli hanno affidato tutta la vita, è bene imparare a vivere di provvidenza ordinaria, dove Dio non manda le croci, ma solo le permette. Lui ci manda l’amore per trasformarle: «Noi sappiamo che tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio» (Rm 8, 31). E così si capisce che essere cristiani non vuol dire perdere di umanità, ma sviluppare le virtù dell’amore che ci permettono di attraversare tutte le circostanze.

Il prezzo del bene altrui

Con l’amore di Cristo per noi fiorisce l’amore tra di noi. Chi è preso dall’amore di Cristo sente spontaneo il bisogno di comunicarlo agli altri, con l’urgenza dell’amore, che non bada a prezzi. Mossi da carità fraterna cresce in noi l’anima sacerdotale, il pagare noi il prezzo del bene altrui, come si vede spontaneo nelle madri. E certamente si può dire che è proprio l’anima sacerdotale a rompere i cuori di pietra e far desiderare la conversione. Ma anche qui: non si tratta di imitare dall’esterno i santi che sono pieni di anima sacerdotale, ma di essere assetati di Spirito Santo, di desiderio di vedere Gesù e di poterlo seguire liberamente, attratti dal suo amore. Se non è lo slancio dell’amore, le mortificazioni per gli altri diventano un prezzo da pagare, e la vita cristiana degrada a moralismo. Dio può mandare croci, ma lo fa con chi è entrato nella provvidenza speciale, con chi si è reso disponibile nell’amore alla sequela di Cristo costi quello che costi. Chi non vi è entrato teme che possa succedere anche a lui, e frena il desiderio. Ma è da sciocchi temere un amore che non si ha ancora, perché si vede il prezzo da pagare senza possedere ciò che non ha prezzo.

Con l’impressione che il cristianesimo ci chieda di rinunciare a tante cose buone, si finisce per allontanare soprattutto i giovani. E allora anche i sacerdoti smettono di parlare della croce. Ne deriva un amore di Dio piuttosto buonista, poco impegnativo. Non ci si accorge che tutti sono pronti a fare ogni sacrificio per avere immagine sociale, per avere successo nella propria appartenenza primaria. Si passa dalla croce come prezzo da pagare a non parlare di croce per timore di allontanare. Per esempio è ormai difficile trovare sacerdoti che aiutino i giovani a vivere un fidanzamento casto, astenendosi dagli atti sessuali. Al massimo raccomandano di non essere egoisti, ma così facendo tradiscono i giovani, li lasciano in balia del loro egoismo senza aiutarli a scoprire in loro la capacità di amare che alberga nel profondo del loro cuore. La castità non è una croce, al contrario tante croci sono causate dalla sensualità. La castità prematrimoniale, vissuta nel vero amore, è un incanto, sostiene il sogno dell’amore per sempre, e lo prepara proiettandosi al futuro.

È fondamentale presentare un Vangelo gioioso (Evangelii gaudium), pieno di umanità nell’abbraccio della fede soprannaturale, ma è anche importante non ridurlo al buonismo, ad un Vangelo facile, perché deve avere la robustezza della Croce di Cristo, di un amore che può abbracciare tutte le croci.

L’amore trasfigura il dolore

La croce, ben capita, illumina il tema della sofferenza. Si nota molta incertezza nell’indicare perché Dio permetta tanti mali. Non si augura il male a nessuno, ma quando viene (dovuto ai limiti della creazione e ancor più ai peccati degli uomini), solo la croce di Cristo, come amore più grande di ogni croce, può consolare. Nella sofferenza che il mondo apporta Lui non ci salva con il miracolo (che si può chiedere a Dio creatore e onnipotente, che però non è tenuto a farlo), ma accompagnandoci. L’amore trasfigura il dolore. Se un bambino di 6 anni si ammala di tumore, ai medici si chiede la guarigione (al Dio creatore si chiede il miracolo), ma è la mamma che dorme con lui in ospedale e lo sostiene con il suo affetto. Poi arriva papà, i fratelli, qualche compagno di scuola. Quel bambino riceve in un anno di vita più amore che in 50 di vita normale. E dà più amore a tutto il parentado che in 50 anni se fosse vissuto. Quando muore il conto dell’amore risulta positivo e la sua breve vita acquista un senso molto forte. Gesù ci salva come la mamma.

Solo in Cristo si può trovare la luce di fede per sostenere ogni sorta di prova, anche se bisogna santificarsi per capire come Gesù ci salva da ogni paura: con un amore più grande2. Il buddismo è molto efficace riguardo alla sofferenza, più di ogni altra religione. Ma nulla può contro la vera sofferenza, quella del venir meno del consenso interno alla propria famiglia o chiesa. Si conosce la storia di Claire Ly, cambogiana che vide il marito e il padre, funzionari statali, uccisi dai Kmer Rossi, deportata in campi di rieducazione con due bambini. Era buddista ma dopo sofferenze atroci anche dei bimbi capì che l’indifferenza buddista non era sufficiente, non poteva consolare i figli. E cominciò a pensare al Dio personale degli occidentali. Fuggita a Parigi si convertì, conquistata dall’incontro vivo con Gesù risorto.

Diceva il Patriarca K.K. Bartolomeo a Bologna il 12 settembre 2017: «Nelle rappresentazioni iconografiche bizantine il Crocifisso non viene mai rappresentato nel suo realismo della carne spossata e morta, né nell’agonia: non è mai un Dio sofferente. Giovanni Crisostomo a tale proposito dice: “Io lo vedo crocifisso e lo chiamo Re”. (…) La Croce, secondo la Innografia, rivela quattro verità: 1) La Croce è la più grande rivelazione della sommità dell’amore di Cristo. 2) La Croce è l’Amore che si rivela dal fatto di considerare il mondo come una realtà per trovare, vedere e conoscere Dio. 3) La Croce, è la rivelazione dell’amore ineffabile di Cristo come Dio-Uomo verso la sua creatura: l’uomo. 4) Nella Croce abbiamo la più potente rivelazione del Dio Trino».

Ecco perché la Croce è il grande simbolo dei cristiani. Per chi si decide di porsi alla sequela di Cristo senza chiedere sconti, la Croce diventa la salvezza da ogni croce che il mondo impone agli uomini.

Ai piedi della Croce, Maria condivide l’amore del Figlio e diventa madre di tutti.

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1 Appunti per una meditazione, 3-III-1963, citato da E. Burkhart-J.Lopez, Vida cotidiana y santidad en la enseñanza de san Josemaría, Rialp, Vol. I, p. 444.

2 Nel novembre del 1979, ad un anno dell’inizio del suo pontificato, san Giovanni Paolo II fece il suo quarto viaggio apostolico in Turchia. Già Ali Agcha aveva minacciato di ucciderlo e lo incarcerarono prima che il Papa arrivasse. Ma durante il soggiorno alcuni complici lo fecero evadere. Una giornalista al seguito gli domandava: Santità, sapendo che chi ha minacciato di ucciderla è a piede libero, non ha paura? Il Papa rispose: “Vedi, quando uno ha un amore grande, più grande del pericolo, non ha paura! Mi sa che devi abbandonarti di più nelle mani di Dio”. Gesù è l’amore più grande che può farci attraversare ogni paura.

La fortuna più grande

Articolo pubblicato su Studi Cattolici, n° 691, settembre 2018

«Con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio» (Lc 6, 38). Gesù ci indica la strada del cielo: se misuriamo le persone intorno a noi con la misericordia e non con le loro azioni, anche Dio ci misurerà con la sua misericordia infinita e celestiale, e non con le nostre ben misere azioni. Il Vangelo è l’annuncio del trionfo della misericordia di Dio, che si rivela come Padre, che ama tanto gli uomini da mandare il Figlio (cfr Gv 3, 16). La sua è misericordia di padre che dona gratuitamente la sua vita agli uomini che si uniscono al Figlio. Ci è dato vivere da figli. L’uomo non è Dio a se stesso, non è padrone della propria vita, come la modernità e il mondo han voluto farci credere. L’uomo è dipendente. Ma da figlio, nell’amore, in libertà, non da servo sottomesso. Il figlio deve essere grato del dono gratuito (4° comandamento del Decalogo) e a sua volta deve trasmettere dono: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10, 8). Siamo nel cuore del Vangelo: la misericordia del Padre per il peccatore che ci rende capaci di essere misericordiosi.

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Opzione Benedetto

È uscito nel 2016 il libro di Rod Dreher, The Benedict Option, che ha acceso un grosso dibattito tra cattolici conservatori e liberal negli Stati Uniti. Vede l’unica possibilità di vivere il vangelo in comunità ben identificate, sull’esempio di san Benedetto. Lo spunto lo diede anni fa la lettura di una affermazione di Ratzinger. Dice infatti Rod Dreher: «Tutto cominciò nel 1969, quando il teologo Joseph Ratzinger così parlò: “Dalla crisi odierna emergerà una Chiesa che avrà perso molto. Diventerà piccola e dovrà ripartire più o meno dagli inizi. Ripartirà da piccoli gruppi, da movimenti e da una minoranza che rimetterà la fede e la preghiera al centro dell’esperienza e sperimenterà di nuovo i sacramenti come servizio divino e non come un problema di struttura liturgica. A me sembra certo che si stanno preparando per la Chiesa tempi molto difficili. La sua vera crisi è appena incominciata. Si deve fare i conti con grandi sommovimenti. Ma io sono anche certissimo di ciò che rimarrà alla fine: non la Chiesa del culto politico, ma la Chiesa della fede”».

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Indice di “Laicità e Cristianesimo”

I N T R O D U Z I O N E 3

Storia della salvezza e filosofia della storia 3

Primato dell’amore e condizionamento della ragione 8

Confusioni sul fine ultimo 10

Un punto cruciale 13

La forza di san Giovanni Paolo II 17

CAPITOLO I – I TERMINI DEL PROBLEMA 22

Di fronte alla separazione tra fede e cultura 22

Sguardo storico sul rapporto natura-grazia 24

Breve quadro contemporaneo 27

Acquisizioni irrinunciabili 33

Debolezza culturale 34

Indicazioni sulla cultura 39

Riflessività sul condizionamento di fondo della cultura 42

Nuova evangelizzazione e laicità 52

Le due ali: distinzione e sposabilità tra i contenuti sapienziali e teologici 55

Sapienza 64

Oblio della laicità 73

Laicità, stato laico, legge naturale 85

Come intendere l’”umanesimo cristiano” e la dottrina sociale della Chiesa 92

Una finalità di carattere ultimo 97

Precisazioni terminologiche 112

A che serve?” 115

Sinteticità o sintetismo? 116

Un confronto chiarificatore 118

CAPITOLO ii – ELEMENTI NUOVI PER IL DIBATTITO 123

L’atto di essere relazionale 123

La donalità dell’essere: il trascendentale rimasto occulto 133

Relazione trascendentale 141

Definizione di persona 142

Unità e molteplicità del reale 145

Senso comune 146

La presenza del peccato 147

Sull’esistenza di Dio 159

Antropologia sponsale 165

Le nozze soprannaturali 171

Cristocentrismo e analogia cristica 173

Distinguere religione e fede nel cristianesimo 179

CAPITOLO III – NATURA E GRAZIA 183

Il desiderio naturale di vedere Dio 183

Potenza obbedienziale specifica 190

Il desiderio di Dio nell’esame fenomenologico del cuore umano 193

In che modo la presenza del soprannaturale è graduale 194

Gratuità 195

San Tommaso e la finalità ultima 198

Trascendenza naturale 199

L’idolatria confonde tutto 204

L’anima 205

Libertà 206

Amore naturale per Dio 207

Dialogo interreligioso 208

CAPITOLO IV – LA SFIDA DEL POST-MODERNO 211

Filosofia della storia e crescita di civiltà 213

Filosofia della storia 218

Fede e cultura in Italia 224

Fare cultura 228

Conclusioni 233

Laicità e Cristianesimo

Presentazione

Il libro, elaborato fin dagli anni di studio a Pamplona, si propone di rivisitare il rapporto grazia-natura, che sottostà a tutti i problemi culturali ed ecclesiali dell’Occidente. Ciò che interessa è poter fondare metafisicamente una filosofia della storia che sostanzi la laicità che presieda all’azione dei cristiani nel mondo. C’è molta confusione e soprattutto c’è assenza quasi totale dei cristiani nella vita pubblica. Maritain fu l’unico ad elaborare una filosofia della storia che diede slancio e forza a tanti cristiani che si impegnarono per decenni nel governo della cosa pubblica. Da Agostino ad Hegel e Marx si è fatta teologia della storia, naturalmente immanentizzata dagli ultimi due. Il marxismo è un messianesimo immanente più che una vera filosofia della storia, ed è diventato ideologia sostitutiva della religione. La svolta neofideista presa dalla teologia dopo il Concilio Vaticano II ha spazzato via l’apporto mariteniano, credendo di risolvere sinteticamente il mondo e la fede in Cristo. I cristiani troppo facilmente puntano solo alla religione e alla fede, o all’assistenza caritativa, lasciando i problemi civili a partiti e ideologie che si disinteressano della dimensione trascendente. Spiritualismo, clericalismo, neomonachesimo, confessionalismo sono tendenze molto presenti tra i cattolici. Manca molto una elaborazione culturale continua che permetta di non andare sempre a rimorchio di ideologie per affrontare i problemi che la storia genera.

Spiritualità di comunione Apparso su Studi Cattolici n. 683 col titolo Istituizione, carisma, comunione

Gesù sapeva che le sue parole e le sue opere non bastavano a redimere il mondo. La sua più grande fatica fu di mettere insieme 12 apostoli in condivisione di vita. Sapeva pure che non bastava quell’aderire “primario” degli apostoli, e che occorreva una nuova comunione operata dallo Spirito Santo. Difatti, gli apostoli, che erano sinceramente disposti a dare la vita per Gesù, non assimilavano i suoi insegnamenti nella misura che si discostavano dalla tradizione ebraica. Per tre anni insegnò loro con tutti i mezzi pedagogici a non ambire al primo posto, e l’ultima ora passata insieme sorse ancora una disputa tra gli apostoli su chi di loro fosse il primo (cfr Lc 22,24). Per gli ebrei il messia doveva governare il popolo, come re, e avrebbe dovuto avere un primo ministro. Gesù sapeva che solo lo Spirito Santo, elevando i cuori ad una nuova appartenenza (il suo Regno), avrebbe cambiato il modo di pensare e di agire dei suoi discepoli. Lo si vede con chiarezza anche nella confessione di Pietro, quando afferma che Gesù è il santo di Dio e riceve le chiavi del Regno da parte di Gesù. Ma subito dopo Gesù dice che dovrà essere mandato a morte dai capi e Pietro si ribella: era ancora ben lontano dal capire chi era Gesù, il suo cuore “apparteneva” ancora al popolo ebraico e al “recinto ermeneutico” proprio degli ebrei.

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